
Ho delle fitte nello stomaco e penso che morirò presto. Forse, anche prima di Natale. Ma, in fin dei conti, me ne sbatto, tanto prima o poi, doveva succedere.
Ma prima di farlo – cioè di morire, intendo – voglio vedere cosa significa davvero pregare Dio. Da piccolo andavo all’Azione Cattolica – dove insegnano a pregare e menate varie – ma lo facevo per via di mia madre, che diceva che Dio ci aiuta e che dobbiamo andarlo a trovare spesso, e per mio padre, che pensava fosse meglio andare in Chiesa che stare per strada. Io, in strada, ci stavo bene e penso di essere cresciuto ritto ritto – oltre a saper impennare con la bici, ripezzare un pallone e altro.
I primi brutti ricordi ce li ho all’Azione Cattolica e non vi sto a raccontare il perché e con chi.
Se è la verità quella che devo dire, non ho mai capito bene cosa volesse dire ‘pregare’. Formule magiche? Frasi convenzionali? Rito di sottomissione? Monologhi interiori?
Ora, con quello che penso di avere nello stomaco, forse, l’unica cosa che mi resterebbe di fare sarebbe pregare, pregare forte forte, pregare che quelle dannate lastre… vabbè, lasciamo perdere.
PS. Ieri, una persona cara mi ha comunicato che Stefania, una ragazza conosciuta ai tempi dell’Azione Cattolica, potrebbe non arrivare a Natale. Si tratta di un tumore. E’ già da qualche giorno che rifiuta il cibo e perde più di un chilo ogni ventiquattrore. Suo marito piange per diverse ore durante la giornata, ma mai davanti a lei. Davanti a lei sorride sempre e lo fa con piacere e non per pietà.
Io ci sono rimasto come uno scemo, con la bocca storta, in macchina, quando me l’hanno comunicato, e ho detto: “Porca miseria, ha partorito solo da pochi mesi…”. E poi, non ho saputo dire più nulla.
Personalmente, non mi sono mai creato il problema di pregare. Stanotte, tra le coperte, ho sentito qualcosa o qualcuno che mi tirava fuori – a forza – dal cuore e dalla bocca delle parole, che unite erano simili ad una preghiera. Quello che posso dire è che il coraggio, la speranza e la lotta sono le armi che abbiamo e che Stefania – sto parlando proprio con te – ti sono vicino, ti voglio bene e prego per te.

i miei ricordi più brutti di quando sono bambino sono relativi all’andare a messa o a catechismo, mi vengono i brividi solo a pensarci
ogni tanto però anche a me capita di fare qualcosa simile al “pregare”, penso che succeda quando uno si sente veramente impotente, disperato e solo
Coraggio, speranza, lotta, amore, amicizia, erotismo e solidarietà per chi la merita. Che altro?
e insieme alle tue preghiere si aggiungeranno anche le nostre.
Marco