
Chi è tutta questa gente? (lettera a mio padre)
(Jack Anima)
Quando sono arrivato al pronto soccorso, l’altra notte, ero pieno di rabbia.
“Lei mi deve dire cosa diavolo è successo!”, ho detto ad un infermiere fermo sulla porta.
“So solo che è uscita un’ambulanza…”.
E poi, un istante dopo, quei fanali grandi che salivano verso l’ingresso e quelle figure che si muovevano dentro, frenetiche. Ricordo il rumore della barella sull’asfalto, come uno sferragliare del treno, amplificato dal silenzio della mattina presto, i boati delle portiere che si sono chiuse e il vociare del personale medico. Ti ho salutato dicendo a bassa voce “Ciao Pà”, alzando lenta la mano, e portandola in alto come in un saluto militare. Tu mi hai guardato come a dire “Ma chi è questo?”. In quel momento, lo giuro, sarei voluto morire. Sei scomparso, spinto da quelle mani estranee dietro una porta bianca, tappezzata di numeri del telefono, orari e uffici, e un “vietato l’ingresso ai non addetti”. Ti stavano portando via da me, da noi, e avevo paura che ti stessero portando via da tutti. Sono sprofondato su una sedia della sala d’attesa e ho fissato il pavimento.
Esigevo risposte da chiunque passasse, sai bene come sono fatto io. E cosa ha avuto? Cosa gli farete? Dove lo state portando, adesso? E lei chi è? Lei è un dottore? Cosa vuole? Non mi tocchi! Attenti a come lo trattate! Vi denuncio tutti! Loro hanno capito che ero solo un figlio spaventato e mi hanno lasciato perdere. “Suo padre è stato ricoverato”, mi hanno detto dopo, “L’accompagno in reparto”.
Colorito bianco, naso affilato e bocca all’ingiù, eri triste. Letto bianco e freddo. Stanza d’ospedale. Parlo di mio padre, il mio grandioso, insostituibile, padre. Poi ci siamo ritrovati nella tua stanza, io e te, al quarto piano, neurologia. Abbiamo visto insieme l’alba da quella finestra, coi tetti delle case del centro storico, la cattedrale che con il campanile entrava su su, dentro il sole, palla di fuoco. Io ti stavo di fronte con le mani strette ai tubi di ferro del letto, e tu guardavi di lato, come se cercassi altre cose, altre persone, come se io non ci fossi. “Stai meglio papà? Senti dolore papà”, ti ho detto.
“Chi è tutta questa gente?”, hai detto tu guardando il muro e poi chiudendo gli occhi per riposare un po’. Avevi la bocca serrata come se volessi urlare la tua rabbia, quella dannata imposizione che non ti permetteva di riconoscere nessuno, di non capire dove e come stavi, in quegli istanti eri davvero solo al mondo e ti mancava tua moglie, ti mancavano i tuoi figli, gli animali che tieni in casa, ti mancava vederci tutti seduti a tavola nei giorni di festa, il profumo della carne arrosto, la tua tranquillità nel camminare per le vie del centro. Tutto era stato risucchiato da qualcosa di inspiegabile. Ti sono venuto più vicino, ti ho accarezzato la guancia. I tuoi occhi mi hanno guardato e ho pensato che brutta cosa sarebbe stata morire e non avere più la possibilità di guardarsi negli occhi, tu ed io.
E anche se adesso sei preso a curarti, a sentire quello che i medici ti dicono, a dire la tua su una cura piuttosto che un’altra, io ti parlo. O meglio, ti scrivo, e tu sai che mi piace farlo. Sono sicuro. Questa lettera la leggeremo insieme quando uscirai e andremo insieme a comprare le pizze al forno, oppure quando commineremo di nuovo per il corso, io con passo sciolto come sempre, tu lento con le mani giunte dietro la schiena e ti racconterò di come è cambiato il paese durante questo tempo che hai passato in ospedale.
Prima di lasciarti riposare ti dico solo un’altra cosa. Stamattina ho preso una decisione. Ho deciso che la prima cosa buona che farò da scrittore sarà per te. Sarà tutta tua, padre. Perché se adesso so impugnare una penna, se adesso so cosa significa e com’è importante comunicare, se la mia cultura, che tu mi hai dato, mi permette di avere delle idee chiare e di difenderle, se adesso sono così fiero di essere come sono, è merito tuo. E non c’è nessuna malattia che possa farmi cambiare idea, non c’è nessun altro padre che possa sostituirti.