Le cose non andavano lisce. Io avevo un lavoro e mia moglie no.
L’altro giorno sono rientrato a casa. Ho sentito il frigo che si chiudeva e il cassetto delle posate aprirsi e chiudersi.
Sono entrato in cucina e l’ho salutata. «Sono tornato».
Lei mi ha salutato. Ho preso dal frigo una birra e mi sono riempito il bicchiere.
«Bevi?», le ho detto.
Non ha risposto.
Luisa poggiava la sua pancia al lavandino di alluminio. Vedevo la sua schiena, i suoi fianchi, le sue gambe. Puliva sgombri, in silenzio. Un po’ di sole entrava ancora dalla finestra, filtrato dalle tende di cotone bianco ingiallite dai fumi della cucina. Sul fornello piccolo andava un bollitore con una tisana. Sul fornello grande, una pentola alta con grosse patate messe a bollire. Mi sono appoggiato al tavolo. Ho incrociato le gambe, ho incrociato le braccia.
Attendevo.
Attendevo, ancora.
Luisa ha tirato su col naso e si è gettata indietro i lunghi capelli neri con un gesto del capo, ampio e fiacco. Le ho guardato di nuovo le gambe abbronzate, i polpacci lunghi e stretti e i talloni più chiari e screpolati che poggiavano sulle ciabatte.
Ho poggiato il bicchiere sul tavolo.
«Novità?», ho detto io.
«Nessuna», ha detto lei, squarciando la pancia del pesce con un colpo secco.
Guardavo i suoi fianchi muoversi lenti, la gonna a fiori sulla pelle scura che si chiudeva in pieghe e si riapriva in liscio tessuto; sentivo il rumore delle forbici che squartavano la pancia dello sgombro, che ne distruggevano il fegato e il bulbo oculare. Luisa ha tirato su col naso di nuovo, si è passata il polso sulla fronte per asciugarsi il sudore ed è ritornata scrupolosa sullo sgombro.
«Ma proprio nessuna novità», ho detto io.
«Nessuna», ha detto lei.
Le novità dovevano riguardare un nuovo lavoro di Luisa. Il matrimonio non poteva andare avanti ancora per molto senza quel lavoro. Lo psicologo aveva aspettato già abbastanza per quello che gli dovevamo dare. Le bollette si accumulavano, l’affitto aumentava ogni sei mesi, il cibo cominciava a scarseggiare.
«Ma ti hanno telefonato almeno? Ti hanno detto qualcosa?», ho detto io.
«Niente, solo che era andato tutto bene… il colloquio… e tutto il resto…», ha detto lei.
Ha aperto la porticina sotto il lavandino e ha gettato dell’immondizia – carta per alimenti, bucce di patate e interiora di pesce -, l’ha richiusa con il ginocchio con fare isterico. Il rumore è risuonato per i quattro lati della stanza.
«Quindi nessuna novità… », ho detto io.
«Ma la smetti di chiedermi se ci sono novità?», ha detto lei, alterandosi, «Ciò che mi stressa di più è proprio quest’attesa! E’ passato ormai un mese da quel colloquio», ha continuato, «preferirei un no chiaro, e basta! Mi metterei l’anima in pace, non credi? O mi butterei giù da un ponte o la farei finita col gas…».
Poi, è tornato il silenzio.
Uno.
Due.
Tre secondi.
«Mi capisci, o no?», ha detto lei.
Ho guardato l’orologio. Erano le sei e venti. Le guardai i fianchi morbidi, il fondoschiena, la immaginai nuda.
«Non dire idiozie. Non perdiamo la testa, ora», ho detto io. «Ho visto l’assessore. Ha fatto di tutto per non incontrarmi. Eravamo al bar, ma niente, non mi ha guardato neppure, ma credo fosse occupato con altri tizi».
«E questa ti sembra una bella notizia?», ha detto lei.
Mi sono avvicinato alla finestra.
«Questo non è niente di buono, non è un buon segno, assolutamente», ha continuato, «Ce l’aveva assicurato quel lavoro. Che dovevamo stare tranquilli, aveva detto. Non ci dobbiamo più fidare di queste promesse elettorali, mai più!».
Ha preso uno sgombro e lo ha gettato nel piatto.
Ho spostato la tenda. Il nostro vicino stava parcheggiando l’auto in garage e sua moglie stava rientrando in casa con due buste di spesa. La volante della polizia passava lenta col lampeggiante spento; un cane ha annusato un albero, lo ha benedetto e ha continuato la marcia col suo padrone.
Lei continuava a pulire sgombri.
«… e come facciamo se non mi danno neppure questo lavoro?», ha detto.
Sono tornato nel centro della cucina e ho guardato gli sgombri morti nel piatto, la pentola bollire.
«Attenta! Che l’acqua bolle», ho detto io.
Ha spento il fornello.
«Facciamo come abbiamo sempre fatto», ho continuato, «tiriamo la cinghia e andiamo avanti».
«Ma io mi sono rotta a stare sempre così attenta quando facciamo l’amore, fermarci sempre sul più bello, sempre col pensiero di sbagliare. Io lo vorrei proprio un figlio!».
E’ tornato il silenzio.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro secondi.
Non sapevo più cosa rispondere. Un senso di nervosismo mi si ficcò in corpo. Impotenza, tristezza e sottomissione. Anch’io avrei voluto un figlio. Anch’io avrei voluto un vero motivo per svegliarmi la mattina, non solo per timbrare quel fottuto cartellino in fabbrica.
«Ma non si è neppure liberi di fare un figlio? Cacchio! Neppure questo ci è rimasto? Porca miseria!», ha detto ancora, sventrando l’ultimo sgombro. «Cosa ci è rimasto più? Solo dei miseri sgombri da pulire?», ha continuato alzando la voce, «Nessun viaggio, nessuno svago, neanche la gioia naturale di un figlio. Mi sento così inutile su questa Terra, cacchio…».
L’ho abbracciata da dietro poggiando il mio mento sulla sua spalla, le ho baciato il collo e le ho detto, «Non fare così, passerà… come tutte le tempeste, passerà…».
Ha posato lo sgombro nel lavandino, si è girata, singhiozzando.
Una lacrima di mascara era già sulla guancia. Sentivo la sua voglia di trattenere il pianto, lenti sussulti nella sua schiena. L’ho lasciata lì, a braccia conserte e rigide e lo sguardo basso. Si è asciugata le lacrime con il polso e, a bassa voce, singhiozzando, si è lasciata andare con un liberatorio «Voglio morire!».
Sono andato al telefono e ho chiamato l’assessore. Il suo telefono ha squillato, ma non ha risposto.
Sono tornato in cucina.
Luisa mi ha guardato fisso. Io ho guardato lei. Occhi dannatamente lucidi.
«Cos’ha detto?»
«Non risponde nessuno»
Ha aperto il rubinetto e si è sciacquata le mani e il viso, poi si è asciugata con uno straccio.
«Ritelefonerà lui. L’assessore ci porta sul palmo della mano, ricordalo…», ho detto.
Sono andato a fare una doccia.
Mentre ero sotto l’acqua bollente, il telefono di casa ha squillato.
Luisa si è precipitata a rispondere.
«Pronto?»
Sono uscito dal bagno mentre mi frizionavo i capelli.
Luisa era già tornata in cucina.
«Era l’assessore?», ho chiesto io.
«Era mia mamma», ha detto lei.
«Ah, come sta? Novità?», ho detto io.
«No, nessuna novità», ha concluso lei.
Jack Anima, uno degli scrittori più sinceri ed eccezionali…
Jack, sei un genio! La tua “ritrattista”,
Ally!
Molto reale! Grandioso!
ciaooooo!!!
Bravo.. è scritto molto bene! Parla dei problemi di tutti i giorni..
Mi ricorda molto lo stile di Carver, è un bel racconto!! G.
limpido e impeccabile!
mi piace quello che scrivi, quello che dici e quello che pensi, tranne quando fai lo sborone…ma fa parte di te…spero di leggere presto qualcos’altro di “finito”…
Anche se è scritto bene, mi sembra sterile, non accade nulla.
ma forse questo è il senso del raccoto?
Ale
Un ottima descrizione dell’immobilità sociale di questi tempi.
complimenti jack!!!
Ti leggo da diversi mesi e ogni volta è sempre un piacere!
Un giovane e bravo scrittore è ciò che manca… grazie per le cose che scrivi…
Bello! i miei complimenti!
Maddalena
ti leggo sempre su myspace, mi piacciono le cose che scrivi e come le scrivii, ciao!
Ciccy
Jaaaaaaack, quanto vorrei saper scrivere come te!!!
Gise
Jack!!!! non ti curar di loro, continua a andare per la tua strada!
Scrivi davero bene!!
ciao jack
visto che c’ero…ho fatto un salto sul tuo blog
Avevo letto un tuo racconto, tempo fa…forse a luglio e ricordo che non mi era piaciuto e ti avevo fatto qualche critica negativa.
Invece questo sì.
E’ vero è molto stile Carver, sarà per quello che mi piace
Al contrario di quanto detto da qualcuno, qui succede molto.
Non sono azioni; accade tutto in un’altra dimensione…quella emotiva.
Si percepisce l’inquietudine dei personaggi.
Quel “nessuna novità”, simbolo stesso del disagio.
Dal racconto che ho letto noto dei miglioramenti anche stilistici.
billie_Jazz
Completamente daccordo con Billie!
a presto caro Jack
Premetto: ho letto il tuo post su myspace riguardo gli editori a pagamento e sono completamente daccordo con quello che si è scritto. Infatti credo, che un racconto del genere come Nessuna novità non abbia nulla da invidiare a qualsiasi altro racconto edito da fazi o minimun fax. Quello che voglio dire è che molte volte i limiti sono nelle teste degli editori che, sviate da logiche commerciali (ovvero solo i ‘grandi nomi’ posssono essere pubblicati) si “dimenticano” di giovani veramente meritevoli come te.
Un caro saluto
Mi piacciono le tue “inquadrature”, come rendi reali i momenti del racconto….. mi piace!
Splendido!
Un racconto degno del miglior minimalismo americano!
Scrivi molto bene!
sergio
Mi sono sentita in quella cucina con loro, mi è piaciuta!
Vik
una fotografia impeccabile della vita reale!
E.
Complimenti davvero! mi è piaciuto…
E’ scritto davvero bene, complimenti! mi piace il tuo stile