Lei, Jack e il pollastro
Il tardo pomeriggio ci piaceva passarlo nel cortile di fronte casa. Rilassandoci, chi a fare una cosa, chi a fare un’altra. Stavamo bene insieme, nel senso che lo amavo e, seppur a tratti, mi sentivo riamata.
Aveva il suo bel carattere. Intendo, i suoi sbalzi d’umore, la sua permalosità, ma lo amavo. E anche quando non mi dava retta, mi sentivo sempre protetta, come se quello spago che ci legava non sparisse mai, e non si sfilacciasse neppure. E questo, a me, bastava.
E anche per lui era lo stesso, gli bastava.
Lo scorso sabato, lo vedevo troppo sulle sue, nel senso che era poco sciolto, più del solito, come sempre troppo entusiasmato dai libri che leggeva. Nulla lo distoglieva dalla lettura, neppure il mio cantare o il mio passeggiare su e giù.
I grilli intonavano melodie come perfette e melanconiche rock star e l’ombra pian piano si allungava verso la collina, e l’aria si faceva più fresca.
Sono tornata in casa per prendermi un golfino.
Jack era seduto sul muretto e leggeva Rimbaud. Sono tornata a curare le piante, travasare la terra e piantare le fragole.
“Facciamo un gioco?”, ho detto, avvicinandomi a lui.
Ha abbassato gli occhiali sul naso e mi ha guardato. “Che gioco?”.
“Facciamo che devi acchiappare un pollo…”, ho detto io, tornando subito seria, come se fossi intimorita dalla risposta che avrei potuto avere.
“Io? Acchiappare un pollo? “, ha detto Jack, puntando l’indice sul petto,
“Io”, ha ripetuto indicando se stesso, “Pollo?”, indicando il pollo.
“Ma scherzi? Con queste mani qua? Devo prendere un pollo, io?”, ha aggiunto, guardandosi le mani.
“Dai, provaci, sarà divertente”, ho ripetuto.
Jack è sceso dal muretto, ha posato il libro e si è avvicinato al primo pollo, quello più vicino.
Ero sicura che non l’avrebbe fatto.
Piccoli passetti. Nel silenzio solo il rumore dei suoi passi e lo sbattere delle ali dei pennuti. L’animale continuava a beccare a terra, ogni tanto si guardava in giro, come a cercare qualcosa da fare. Jack si è abbassato sulle gambe, ha disteso le braccia in avanti e le sue mani sono diventate come artigli. Muoveva le dita piano.
Io ridevo, parevo una bambina. Stavo lontano e guardavo Jack, goffo all’inverosimile.
“Porco cacchio!”, ha detto Jack, “Porco cacchio, non ti muovere!”, ha ripetuto, rivolgendosi al pennuto con aria di sfida.
Il pollo gli ha dato di fondoschiena e ha continuato a beccare. Con piccoli passettini, Jack lo seguiva.
“Coccoccoccodè”, ha fatto Jack, “Sporco pennuto, dove scappi? Ti piacciono le patate al forno?”.
Non riuscivo a non ridere, era tutto incredibile.
“Gli devi parlare con gentilezza”, ho detto io, “Devi fargli capire che tu sei suo amico, altrimenti non lo prenderai mai”
“Io, amico di un pollastro, ma scherzi?”, ha detto, “Io, Jack, lo scrittore Jack Anima, amico di un pollo? No, no, no! Mai!”
“Mioddio, Jack! Quanto ti amo!”, ho detto io, senza sapere minimamente perchè l’abbia detto proprio in quel preciso istante.
Lui ha lasciato andare via il pollo, si è avvicinato e mi ha baciata con una abbraccio che non avevo sentito mai.