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The blackbird giggle on a tree

(Jack Anima)

traduzione in inglese di Karin Santos

pubblicata sul sito gocce di poesia

 

the blackbird giggle on a tree
and Peter, dying, sunday.
maybe he won’t call back. 

keep looking, honey!
keep looking!
he could be a room, a star, a galaxy,
a hand that caresses you, baby.

your soul is black, mom.
i looked everywhere, mom!
not my shade, mom. 

bird stops singing and
telephone starts ringing
and everything is nothing

hello? I’m Margaret, who you are?
i’m Peter. Peter is a new Man, now.
oh my god, it’s true?
ya.

suddenly, blackbird go away.

 

Il merlo ridacchia sull’albero

(Jack Anima)

 

il merlo ridacchia sull’albero
Peter sta morendo, domenica.
magari non chiama più.

continua a cercarla, tesoro!
continua a cercarla!
può essere una stanza, una stella, una galassia,
una mano che ti accarezza, piccolo.

la tua anima è nera, mamma.
ho guardato dappertutto, mamma!
non è un colore che metterei, mamma.

l’uccello smette di cantare e
il telefono squilla
e tutto è niente.

pronto, sono Margaret, tu chi sei?
sono Peter. Peter è un nuovo uomo, ora.
ommioddio, è vero?
si.

improvvisamente, il merlo va via.

 

 

Nessuna novità

         

 

 

          Le cose non andavano lisce. Io avevo un lavoro e mia moglie no.
          L’altro giorno sono rientrato a casa. Ho sentito il frigo che si chiudeva e il cassetto delle posate aprirsi e chiudersi.
          Sono entrato in cucina e l’ho salutata. «Sono tornato».
          Lei mi ha salutato. Ho preso dal frigo una birra e mi sono riempito il bicchiere.
          «Bevi?», le ho detto.
          Non ha risposto.
          Luisa poggiava la sua pancia al lavandino di alluminio. Vedevo la sua schiena, i suoi fianchi, le sue gambe. Puliva sgombri, in silenzio. Un po’ di sole entrava ancora dalla finestra, filtrato dalle tende di cotone bianco ingiallite dai fumi della cucina. Sul fornello piccolo andava un bollitore con una tisana. Sul fornello grande, una pentola alta con grosse patate messe a bollire. Mi sono appoggiato al tavolo. Ho incrociato le gambe, ho incrociato le braccia.
          Attendevo.
          Attendevo, ancora.
          Luisa ha tirato su col naso e si è gettata indietro i lunghi capelli neri con un gesto del capo, ampio e fiacco. Le ho guardato di nuovo le gambe abbronzate, i polpacci lunghi e stretti e i talloni più chiari e screpolati che poggiavano sulle ciabatte.
          Ho poggiato il bicchiere sul tavolo.
          «Novità?», ho detto io.
          «Nessuna», ha detto lei, squarciando la pancia del pesce con un colpo secco.
          Guardavo i suoi fianchi muoversi lenti, la gonna a fiori sulla pelle scura che si chiudeva in pieghe e si riapriva in liscio tessuto; sentivo il rumore delle forbici che squartavano la pancia dello sgombro, che ne distruggevano il fegato e il bulbo oculare. Luisa ha tirato su col naso di nuovo, si è passata il polso sulla fronte per asciugarsi il sudore ed è ritornata scrupolosa sullo sgombro.
          «Ma proprio nessuna novità», ho detto io.
          «Nessuna», ha detto lei.
          Le novità dovevano riguardare un nuovo lavoro di Luisa. Il matrimonio non poteva andare avanti ancora per molto senza quel lavoro. Lo psicologo aveva aspettato già abbastanza per quello che gli dovevamo dare. Le bollette si accumulavano, l’affitto aumentava ogni sei mesi, il cibo cominciava a scarseggiare.
          «Ma ti hanno telefonato almeno? Ti hanno detto qualcosa?», ho detto io.
          «Niente, solo che era andato tutto bene… il colloquio… e tutto il resto…», ha detto lei.
          Ha aperto la porticina sotto il lavandino e ha gettato dell’immondizia – carta per alimenti, bucce di patate e interiora di pesce -, l’ha richiusa con il ginocchio con fare isterico. Il rumore è risuonato per i quattro lati della stanza.
          «Quindi nessuna novità… », ho detto io.
          «Ma la smetti di chiedermi se ci sono novità?», ha detto lei, alterandosi, «Ciò che mi stressa di più è proprio quest’attesa! E’ passato ormai un mese da quel colloquio», ha continuato, «preferirei un no chiaro, e basta! Mi metterei l’anima in pace, non credi? O mi butterei giù da un ponte o la farei finita col gas…».
          Poi, è tornato il silenzio.
          Uno.
          Due.
          Tre secondi.
          «Mi capisci, o no?», ha detto lei.
          Ho guardato l’orologio. Erano le sei e venti. Le guardai i fianchi morbidi, il fondoschiena, la immaginai nuda.
          «Non dire idiozie. Non perdiamo la testa, ora», ho detto io. «Ho visto l’assessore. Ha fatto di tutto per non incontrarmi. Eravamo al bar, ma niente, non mi ha guardato neppure, ma credo fosse occupato con altri tizi».
          «E questa ti sembra una bella notizia?», ha detto lei.
          Mi sono avvicinato alla finestra.
          «Questo non è niente di buono, non è un buon segno, assolutamente», ha continuato, «Ce l’aveva assicurato quel lavoro. Che dovevamo stare tranquilli, aveva detto. Non ci dobbiamo più fidare di queste promesse elettorali, mai più!».
          Ha preso uno sgombro e lo ha gettato nel piatto.
          Ho spostato la tenda. Il nostro vicino stava parcheggiando l’auto in garage e sua moglie stava rientrando in casa con due buste di spesa. La volante della polizia passava lenta col lampeggiante spento; un cane ha annusato un albero, lo ha benedetto e ha continuato la marcia col suo padrone.
          Lei continuava a pulire sgombri.
          «… e come facciamo se non mi danno neppure questo lavoro?», ha detto.
          Sono tornato nel centro della cucina e ho guardato gli sgombri morti nel piatto, la pentola bollire.
          «Attenta! Che l’acqua bolle», ho detto io.
          Ha spento il fornello.
          «Facciamo come abbiamo sempre fatto», ho continuato, «tiriamo la cinghia e andiamo avanti».
          «Ma io mi sono rotta a stare sempre così attenta quando facciamo l’amore, fermarci sempre sul più bello, sempre col pensiero di sbagliare. Io lo vorrei proprio un figlio!».
          E’ tornato il silenzio.
          Uno.
          Due.
          Tre.
          Quattro secondi.
          Non sapevo più cosa rispondere. Un senso di nervosismo mi si ficcò in corpo. Impotenza, tristezza e sottomissione. Anch’io avrei voluto un figlio. Anch’io avrei voluto un vero motivo per svegliarmi la mattina, non solo per timbrare quel fottuto cartellino in fabbrica.
          «Ma non si è neppure liberi di fare un figlio? Cacchio! Neppure questo ci è rimasto? Porca miseria!», ha detto ancora, sventrando l’ultimo sgombro. «Cosa ci è rimasto più? Solo dei miseri sgombri da pulire?», ha continuato alzando la voce, «Nessun viaggio, nessuno svago, neanche la gioia naturale di un figlio. Mi sento così inutile su questa Terra, cacchio…».
          L’ho abbracciata da dietro poggiando il mio mento sulla sua spalla, le ho baciato il collo e le ho detto, «Non fare così, passerà… come tutte le tempeste, passerà…».
          Ha posato lo sgombro nel lavandino, si è girata, singhiozzando.
          Una lacrima di mascara era già sulla guancia. Sentivo la sua voglia di trattenere il pianto, lenti sussulti nella sua schiena. L’ho lasciata lì, a braccia conserte e rigide e lo sguardo basso. Si è asciugata le lacrime con il polso e, a bassa voce, singhiozzando, si è lasciata andare con un liberatorio «Voglio morire!».
          Sono andato al telefono e ho chiamato l’assessore. Il suo telefono ha squillato, ma non ha risposto.
Sono tornato in cucina.
          Luisa mi ha guardato fisso. Io ho guardato lei. Occhi dannatamente lucidi.
          «Cos’ha detto?»
          «Non risponde nessuno»
          Ha aperto il rubinetto e si è sciacquata le mani e il viso, poi si è asciugata con uno straccio.
          «Ritelefonerà lui. L’assessore ci porta sul palmo della mano, ricordalo…», ho detto.
          Sono andato a fare una doccia.
          Mentre ero sotto l’acqua bollente, il telefono di casa ha squillato.
          Luisa si è precipitata a rispondere.
          «Pronto?»
          Sono uscito dal bagno mentre mi frizionavo i capelli.
          Luisa era già tornata in cucina.
          «Era l’assessore?», ho chiesto io.
          «Era mia mamma», ha detto lei.
          «Ah, come sta? Novità?», ho detto io.
          «No, nessuna novità», ha concluso lei.

Lei, Jack e il pollastro

 

Il tardo pomeriggio ci piaceva passarlo nel cortile di fronte casa. Rilassandoci, chi a fare una cosa, chi a fare un’altra. Stavamo bene insieme, nel senso che lo amavo e, seppur a tratti, mi sentivo riamata. 

Aveva il suo bel carattere. Intendo, i suoi sbalzi d’umore, la sua permalosità, ma lo amavo. E anche quando non mi dava retta, mi sentivo sempre protetta, come se quello spago che ci legava non sparisse mai, e non si sfilacciasse neppure. E questo, a me, bastava.  

E anche per lui era lo stesso, gli bastava. 

Lo scorso sabato, lo vedevo troppo sulle sue, nel senso che era poco sciolto, più del solito, come sempre troppo entusiasmato dai libri che leggeva. Nulla lo distoglieva dalla lettura, neppure il mio cantare o il mio passeggiare su e giù. 

I grilli intonavano melodie come perfette e melanconiche rock star e l’ombra pian piano si allungava verso la collina, e l’aria si faceva più fresca. 

Sono tornata in casa per prendermi un golfino. 

Jack era seduto sul muretto e leggeva Rimbaud. Sono tornata a curare le piante, travasare la terra e piantare le fragole. 

“Facciamo un gioco?”, ho detto, avvicinandomi a lui. 

Ha abbassato gli occhiali sul naso e mi ha guardato. “Che gioco?”.  

“Facciamo che devi acchiappare un pollo…”, ho detto io, tornando subito seria, come se fossi intimorita dalla risposta che avrei potuto avere. 

“Io? Acchiappare un pollo? “, ha detto Jack, puntando l’indice sul petto,  

“Io”, ha ripetuto indicando se stesso, “Pollo?”, indicando il pollo. 

“Ma scherzi? Con queste mani qua? Devo prendere un pollo, io?”, ha aggiunto, guardandosi le mani. 

“Dai, provaci, sarà divertente”, ho ripetuto. 

Jack è sceso dal muretto, ha posato il libro e si è avvicinato al primo pollo, quello più vicino.  

Ero sicura che non l’avrebbe fatto.  

Piccoli passetti. Nel silenzio solo il rumore dei suoi passi e lo sbattere delle ali dei pennuti. L’animale continuava a beccare a terra, ogni tanto si guardava in giro, come a cercare qualcosa da fare. Jack si è abbassato sulle gambe, ha disteso le braccia in avanti e le sue mani sono diventate come artigli. Muoveva le dita piano. 

Io ridevo, parevo una bambina. Stavo lontano e guardavo Jack, goffo all’inverosimile. 

“Porco cacchio!”, ha detto Jack, “Porco cacchio, non ti muovere!”, ha ripetuto, rivolgendosi al pennuto con aria di sfida. 

Il pollo gli ha dato di fondoschiena e ha continuato a beccare. Con piccoli passettini, Jack lo seguiva. 

“Coccoccoccodè”, ha fatto Jack, “Sporco pennuto, dove scappi? Ti piacciono le patate al forno?”. 

Non riuscivo a non ridere, era tutto incredibile. 

“Gli devi parlare con gentilezza”, ho detto io, “Devi fargli capire che tu sei suo amico, altrimenti non lo prenderai mai” 

“Io, amico di un pollastro, ma scherzi?”, ha detto, “Io, Jack, lo scrittore Jack Anima, amico di un pollo? No, no, no! Mai!” 

“Mioddio, Jack! Quanto ti amo!”, ho detto io, senza sapere minimamente perchè l’abbia detto proprio in quel preciso istante. 

Lui ha lasciato andare via il pollo, si è avvicinato e mi ha baciata con una abbraccio che non avevo sentito mai. 

L’intervista di Davide Giansoldati a Jack Anima, sulla scrittura creativa.

qui

Biografia

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Il mio nome è Jack.

Sono nato non tanto tempo fa e non sono ancora morto.